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TUTTI I COLORI DEL BUIO


 
Titolo originale:  Tutti i colori del buio
Produzione:  Italia, 1972
Regia:  Sergio Martino
Cast:  George Hilton, Edwige Fenech, Ivan Rassimov, Julián Ugarte
 

Se fosse necessario individuare un film in grado di rappresentare “globalmente” il cinema italiano di genere degli anni ’70, la scelta potrebbe ricadere (senza troppi tentennamenti) proprio su “Tutti i colori del buio”. Le motivazioni sono molteplici ed in linea di massima esulano dall’effettivo valore del film.
In prima istanza il titolo.
Un ossimoro di forte impatto e di poetica reminiscenza (imitato, storpiato ed abusato), ma che, come accade spesso nelle produzioni di quel periodo, ha poco a che fare con la vicenda narrata.
Il linguaggio cinematografico.
Tipico del cinema italiano (di genere) di quegli anni e mai più (haimè) riproposto, una storia intima, molto psicologica e (un po’ troppo) articolata, una paura più suggerita che mostrata.
La colonna sonora.
Un pop pscichedelico in perfetta linea con le immagini, l’atmosfera e le scenografie proposte.
Il Cast. Il trio di protagonisti (George Hilton, Edwige Fenech, Ivan Rassimov) rappresenta i tre attori più sfruttati dal cinema “artigianale” italiano nel decennio 70-80 in tutte le sue sfumature (dall’horror alla sceneggiata napoletana) con fotogrammi (proposti in “tutti i colori del buio”) ripresi più volte in altre produzioni come: Gli occhi di ghiaccio di Rassimov, l’elegante flemma di Hilton e…il topos “assoluto”, l’immagine regina del cinema di genere italiano, la Fenech sotto la doccia.
Il regista.
Sergio Martino, racchiude bene l’essenza di ciò che era (e dovrebbe essere) un regista “artigiano”, piuttosto flessibile, adattabile ad ogni genere, serio professionista e buon tecnico…una sorta di media ponderata dei registi dell’epoca.

“Tutti i colori del buio” è una storia forte di alcuni spunti interessanti ed innovativi, ma greve di una sceneggiatura po’ ingarbugliata e di una messa in scena oltremodo dilatata, ciononostante rappresenta un punto di riferimento, un “must” imprescindibile, un punto di partenza. Rifacendosi (per tematiche) al film dell’anno precedente di Lado (La Corta notte delle bambole di vetro), il film di Martino si mantiene in equilibrio tra il mondo onirico generato (?) dalla mente di Jane (la Fenech) e le atmosfere da giallo (italiano) classico. E’ interessante notare come questo film abbia contribuito ad influenzare parecchi film a seguire, primo tra tutti “Profondo Rosso”. Il surreale prologo con corsa verso camera di una bambola meccanica e l’omicidio in ascensore riportano a rimembranze di Argentiana memoria. Una prova, questa, di come il Dario nazionale, oltre che ispiratore di molti film di quel periodo sia anche fortemente debitore (anche se non lo ammetterebbe mai) di quel movimento da lui stesso (in parte) generato.

Se si vuole entrare nell’atmosfera che si respirava negli anni ’70, se si desidera visionare un tipo di cinema che non esiste più, se si vuole avere un’idea sommaria del cinema di genere, questo titolo è il più rappresentativo. Attenzione però, perché questo non necessariamente implica un’accezione positiva (nella valutazione del film), la possibilità di ergersi a rappresentante di centinaia di film equivale anche ad ammetterne una evidente “impersonalità”, cosa che si evidenzia dalla visione del film. Un rappresentante “concettuale” perfetto, ma un film poco rappresentante. Una nota curiosa, Morandini (a me particolarmente indigesto) nella sua scheda del film sentenzia: “Martino ci dà dentro con dosi da cavallo di horror e terror, seminando un effettaccio dopo l'altro”…questa affermazione avalla l’ipotesi che per scrivere una guida cinematografica non è necessario vedere i film…

 
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