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CHE FINE HA FATTO TOTO' BABY?


 
Titolo originale:  Che fine ha fatto Totò Baby?
Produzione:  Italia, 1964
Regia:  Ottavio Alessi
Cast:  Mischa Auer, Totò, Pietro De Vico, Ivy Holzer, Edy Biogetta
 


Vi starete chiedendo che attinenza abbia un film di Totò con De Profundis, cercherò di spiegarlo.
"Che fine ha fatto Totò Baby?" è fondamentalmente un film "strano". La critica italiana lo ha sempre massacrato, evidenziandone i limiti tecnici, le lacune di sceneggiatura, l'inconsueto calo della verve comica di Totò. Tutto questo esclusivamente per ragioni culturali, per la totale mancanza, nel popolo italiano, di una visione "nera" della vita, per una letteratura che, da sempre, si discosta da ciò che può essere considerato "malvagio". Cercherò di esprimere le mie opinioni in merito al film, in maniera più completa possibile, spiegando perché (dal mio punto di vista) questo film sia un piccolo capolavoro "noir". Come mia abitudine, prima di inoltrarmi nell'analisi del film…un po' di storia. Il cinema italiano degli anni 60/70 era avvezzo storpiare e parodiare i film (quasi esclusivamente americani) di maggior successo. In quest'ottica la produzione di "Che fine ha fatto Totò Baby?" pensava si potesse ricavare una buona cifra, usando lo stesso titolo del film di Aldrich ed affidando il resto alla comica facciale di Totò…ma successe qualcosa di imprevisto.

La regia è attribuita ad Ottavio Alessi, ma è quasi certo che buona parte del film sia stato girato da Paolo Heusch che non appare nei titoli di testa, perché poco prima implicato in una vicenda di case di tolleranza per omosessuali. Questa tesi è avvalorata da molteplici fattori. In primo luogo Alessi non è un regista, ma uno sceneggiatore ed assistente alla regia, la sua filmografia, se si eccettua questo film, comprende solo il famigerato "Top sensation" (quello con la famosissima scena hard della Fenech leccata da capo a piedi da una capra). Lo stile del film è discontinuo, si passa da scene di una forza visiva insostenibile a riprese d'insieme che avrebbe potuto fare chiunque. C'è una particolare "coincidenza", la scena dell'insinuata omosessualità di Pietro De Vico, vista con disgusto da un carabiniere, che lo minaccia persino di arresto. Non so bene chi di questi due registi abbia maggiormente contribuito a trasformare quello che avrebbe dovuto essere un "banale" film per famiglie, in uno dei più perversi e sadici film della cinematografia italiana.

Certo è davvero strano come la scelta della produzione sia caduta su di loro, leggendo lo sviluppo delle loro carriere, si evince che non sono certo avvezzi ai film comici, in un periodo in cui l'Italia pullulava di registi (anche a basso costo) capacissimi di mettere su una valida commedia in pochissimo tempo… un mistero nel mistero. Lo stesso Heusch, un anno prima aveva girato "il comandante", forse il miglior film di Totò, ma non certo una serie di gags… Sempre come mio solito, salto interamente ogni minimo accenno sulla trama, per soffermarmi su altri aspetti del film. L'indole poco avvezza alla "comica" dei due registi, lo strano binomio tra Totò e De Vico, una recitazione invasata ed esponenzialmente "cattiva" di Totò, credo siano alla base del (in)successo di questo film. Il pubblico italiano non era abituato ai film "neri" fatti in casa, Bava e Freda dovevano inglesizzarsi il nome per attirare gli spettatori al cinema, per cui il film non ebbe affatto successo. La critica rimase spiazzata, da quello che doveva essere il classico filmetto di Totò, trovandosi di fronte una cosa "nuova"…per cui lo distrusse, salvando solo le (pochissime) battute divertenti. Ma il valore del film è ben altro.

Dicevo dello strano binomio tra Totò e De Vico… Totò nella sua carriera ebbe a lavorare con numerose spalle, diversissime tra loro e che diedero dei risultati differenti (ma questa è un'altra storia), mai in nessun'altra occasione, però, si stabilì un rapporto così impari tra le due parti. De Vico, non solo per copione, si sottomise totalmente alla figura di Totò, divenendone del tutto succube. Questo diede al "Principe" la possibilità di trasformare, il suo atteggiamento autoritario (innegabile nella sua personalità) in puro sadismo. Il film è marcio, fin dalle prime scene…disagio infantile, criminalità, violenza…Quella di Totò non è la figura del ladro simpatico (come in "Totò truffa '62"), ma di una persona davvero priva di scrupoli e del benché minimo barlume di sentimento.
"Un delinquente è immorale, amorale, asessuato ed incorruttibile", una macchina di sofferenza "pura". La comicità (tranne pochissime eccezioni) è del tutto assente. La vecchietta aggredita all'uscita dell'ufficio postale e derubata della pensione, ne è un emblema. Capisco come sia difficile (nell'immaginario collettivo) associare la figura di Totò a quella di un sadico, ma in effetti accadde proprio questo. Totò con lo scorrere della pellicola, sembra "fare suo" il personaggio, trasformare ogni azione, ogni battuta, ogni smorfia in qualcosa di estremamente "cattivo"…e ci riesce benissimo. Ci mostra una nuova "maschera", non il pierrot, il clown triste che eravamo abituati a vedere, ma la faccia del dolore, dolore inflitto con sommo piacere… unico esempio cinematografico di quest'attitudine. Per certi versi si può considerare questa sua interpretazione, la migliore in assoluto…migliore anche (permettetemi di essere blasfemo) di quella in "uccellacci e uccellini" che ha la pecca (pur restando ottima) di sembrare essere stata studiata a tavolino.

In questo film invece è libera, naturale…scorre come un fiume e le scene da brivido sono innumerevoli. Corpi decapitati, accoltellati, sciolti nell'acido, strangolati, sezionati. L'allusione al cannibalismo è qualcosa di evidente. Lo sguardo di Totò perde, col passare del tempo, l'allegria e la drammaticità che lo contraddistinguono, per vestirsi di solo piacere, di desiderio. Desiderio di morte e di sofferenza. Due sono le scene che magistralmente sottolineano quest'attitudine:
1) Lo strangolamento della ragazza tedesca con la calza di nylon
2) Un'inquadratura dal basso (soggettiva di De Vico strisciante) di Totò che addita il fratello reo di volerlo denunciare alla polizia.
In queste immagini Totò appare ben più pericoloso di Norman Bates e più sadico dei supplizianti cenobiti.
La ripresa dall'alto della folle e cieca fuga di De Vico in sedia a rotelle, dopo aver scoperto la testa mozzata di Misha sul piatto di portata, accompagnata dalle macabre risa del fratello è un momento di ottimo cinema "noir", che nulla ha da invidiare al lavoro di Aldrich, mentre la freddezza e la compiacente soddisfazione con cui Totò frantuma a martellate la gamba del fratello avrebbe fatto impallidire lo stesso King che descriverà la medesima scena parecchi anni dopo in "Misery non deve morire". Il crescendo della follia omicida è coinvolgente e contagioso tanto che, l'epilogo surreale sulla spiaggia ci lascia un dubbio amletico…che fine ha fatto il fratello di Totò Baby?

Ad essere sinceri, questo film lascia più di un'ombra di dubbio anche in me. Sulla presunta volontarietà di un punto di vista così spietato e sadico (si potrebbe supporre che sia dovuto all'incapacità del (dei) regista (i) di sostenere una commedia, basti vedere come invece Steno sia riuscito benissimo a far coesistere in "Totò diabolicus" comicità ed una, seppur velatissima, atmosfera noir), sull'uso della marijuana come unica responsabile della follia e delle allucinazioni (su questo però tendo ad intravedere una vena contestatrice ironica), lo sconsiderato uso di una colonna sonora che "stona" quasi sempre con le immagini, quasi come fosse stata imposta. Resta comunque il fatto che il feroce sadismo di questo film non può non colpire (come gli arnesi scagliati violentemente da Totò contro il fratello per spronarlo ad aprire la valigia) l'animo di chi guarda. Spero di trovare da qualche parte le appliques della villa di Misha…altrimenti mi vedrò costretto a farle da me… Buona visione.


 
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