Marco Antonio Andolfi non contento del lavoro svolto nel 1987, decide di rimontare “La croce dalle sette pietre” creando una vera e propria director’s cut ed affibbiandole l’esotico titolo di “Talisman”. In questa nuova versione (praticamente identica all’originale!) sono state inserite (anacronisticamente) immagini tratte da telegiornali e/o documentari, talmente slegate e prive di alcun senso logico da renderlo ancora più delirante. Le intenzioni di Andolfi (che per fortuna si è limitato solo a questa esperienza cinematografica) erano quelle (si presume) di esasperare l’antitesi tra bene e male mostrando immagini di catastrofi (iniziali) e momenti gioiosi (finali). In pratica le sorti del genere umano (sempre secondo la tesi Andolfiana) parrebbero indiscibilmente legate alle sorti della preziosissima e metafisica “croce gemmata”, infatti nel momento in cui il protagonista (lo stesso Andolfi espressivo come un cactus disidratato) perde (scippato nei vicoli di Napoli) la sacra reliquia veniamo investiti da circa venti minuti (sparsi un po’ qua e un pò là) di immagini di guerre, attentati terroristici, inondazioni, terremoti, carestie…suggellati da un romantico tramonto (dell’umanità?), mentre al suo ritrovamento partono immagini di gente festante, danze, balli e cotillon ed ovviamente una suggestiva alba (di un nuovo mondo?).
Il tutto è talmente surreale e sgrammaticato da porre nella mente di chi guarda un amletico dubbio: “ma questo c’è o ci fa?” o meglio “ci troviamo di fronte ad un genio surrealista incompreso o ad un folle scriteriato privo della benché minima concezione cinematografica?”
Il film è ovviamente quanto di più trash si possa immaginare.
Una setta non, si capisce di quale origine, evoca uno spirito (demoniaco?) dal sintomatico nome di Aborì (o almeno viene così pronunciato). Il prologo iniziale vede un (credevo dignitoso) Gordon Mitchell (icona del cinema di genere italiano) nei panni del gran sacerdote che invoca la formula rituale: “Aborì, Aborì, vieni qui”.
Solo questo giustifica la visione del film. La storia è un susseguirsi di eventi che investono il protagonista alla ricerca del vitale gioiello, finito nelle mani di un boss della camorra (con la complicità di “Totonno o Fetentone”…giuro che è tutto vero) Tale croce possiede il potere di impedire la trasformazione del protagonista in un terribile (hahaha) lupo mannaro, maledizione causata da un rapporto sessuale tra la scellerata madre e lo spirito di Aborì (nelle sembianze di un gorilla!?!).
La resa estetica è una via di mezzo tra le più infime telenovelas anni 80 e i filmini delle vacanze con tanto di inquadrature sfocate e saltelli di camera, la recitazione non pervenuta, i dialoghi assolutamente deliranti (“San Gennaro aiutaci tu!”), gli effetti speciali da morire (dalle risate) …per avere un’idea migliore basti pensare che gli uomini del potente boss camorristico (che porta all’occhiello un fiore talmente enorme da coprirgli quasi la faccia) tengono in pugno delle armi giocattolo, ma talmente giocattolo che un fucile mitragliatore, sarà lungo circa 30cm.
L’apice della follia (e il conseguente abominio trash) lo si raggiunge nelle sequenze di trasformazione licantropica. Fulmini e saette, immagini di lupi (prese chissà dove) preannunciano la mutazione, il volto di Andolfi si contrae in una smorfia (con tanto di denti digrignati) che provoca un sussulto di risa talmente violento da stimolare le vie urinarie e poi il tocco di genio…
Il lupo mannaro si presenta nudo come un verme (con tanto di chiappe al vento) completamente glabro con indosso dei guanti da cucina con appiccicati sopra dei peli col vinavil e ed una maschera da zorro pelosa. L’andatura di Andolfi-mannaro è un incrocio tra Frankenstein e uno zombi romeriano. L’apparizione dei peli facciali in stop motion è un abominevole omaggio al lavoro di Jack Pierce (chiedo umilmente scusa per averlo chiamato in causa).
Non manca il sesso: orge imbarazzanti durante le pseudo messe nere, accoppiamenti tra Gorilla e le amanti del demonio e dulcis in fundo un coito tra una chiromante (affettuosamente apostrofata dai camorristi come “a Zoccola”) ed un goffo Casanova (Andolfi) che trasformatosi in lupo durante il “dolce su e giù” aumenta ritmicamente la velocità delle flessioni.
Il film si chiude con il protagonista rientrato in possesso della croce gemmata in pellegrinaggio a San Pietro, finalmente sereno (l’espressione facciale è sempre la stessa) ed attorniato da colombe svolazzanti, no comment.
Questo sconcertante e “originale” gioiello di trash-cultura fu finanziato con contributi statali (cornetto e cappuccino?) e non venne mai preso in considerazione alcuna…fino al momento (recente) in cui approdato in Giappone divenne un cult, tanto da esigerne una versione sottotitolata in inglese per il mercato estero.
Il dubbio che Andolfi se ne stia comodamente sbracato sulla sua poltrona, ridendo di tutti coloro che scrivono di “La croce dalle sette pietre” (me compreso) e mormorando gongolante tra sé e sé: “Vò preso per culo!” è un’immagine che rende insonni le mie notti.
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