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ROBOCOP


 
Titolo originale:   Robocop
Produzione:  USA, 1987
Regia:  Paul Verhoeven
Cast:   Peter Weller, Nancy Allen, Dan O'Herlihy, Ronny Cox
 

 

Robocop: del Prometeo moderno in ritardo coi tempi. Il pregio di certe opere è la loro complessa stratificazione che ti permette di saggiarne le varie sfaccettature col progredire del proprio pensiero. Una di queste pellicole a mio modo di vedere è Robocop.

Paul Verhoven sfornò tale film figlia delle sue tematiche riproposte successivamente nel resto della sua (a quanto pare non breve ma discutibile) filmografia senza a mio parere bissare il successo qualitativo. Su quello commerciale non mi pronuncio dato che un Alien Vs Predator od un Resident Evil non valgono neppure l'intro di Robocop pur potendo usufruire di personaggi da un appeal forse più d'impatto e dal merchandising più consolidato. Vidi Robocop esattamente tre volte nella mia vita in tre fasi distinte: l'infanzia, l'adolescenza e l'età (credo) adulta. Da piccolo Robocop fu un film che non mi entusiasmò particolarmente ma che non passò inosservato. Ma i seppur ottimi effetti speciali erano da contorno ad una storia meno infantile di quanto si potesse supporre per i tempi e per l'impatto pubblicitario imbastito.

Non possedeva lo stampo apocalittico di un Terminator nè le prestazioni miracolose di un Supereroe alla Spiderman o Batman. Al di là di qualche pruriginosa perfomance splatter accennata (si fa sempre riferimento alla versione cut cinematografica e televisiva) e di un personaggio interessante ma "atipico" e quell'aurea di bontà irrisolta fu lasciato nel dimenticatoio. Sorte migliore commercialmente ebbero i sequel che se possibile non ricordo per nulla ma non che fossero questa gran cosa. Ora si fracassoni ma l'effetto Robocop era passato da tempo. In età adolescenziale già il film lo rividi con un'ottica più approfondita. Erano anni in cui le pulsioni classiche di chi non ha voglia di fermarsi alle apparenze dei giocattoli e degli eroi senza macchia e senza paura comprendevano parallelismi con quella ricerca interiore del Sè.

La crudezza inscenata in un mondo verosimile, il confine labile fra un bene che tanto bene non era ed un male vicino alle rivolte di Seattle di quegli anni. Un uomo, qualsiasi che si crede un eroe, massacrato per adempiere al proprio dovere e senza che nessuno glielo chieda divenire un automa (ma perchè, senza chip e transistor i colleghi cos'avevano di diverso?) e un film che a dispetto del target indirizzato è fatto veramente bene senza abbandonarsi a personaggi macchietta cominciava a divenire più interessante anche del serial a cartoni animati in cui un Robocop sicuramente più simpatico lasciava il posto a quel complesso di sfaccettature che il film in sè conservava. I giorni nostri. Ho ripreso Robocop per noia e anche curioso di visionare le famose uncut scenes crude e cruente solo suggerite dalle cut version. E devo dire che il film mi ha galvanizzato non poco. Tutto, ma dico davvero tutto è perfetto.

A partire dai (poco) finti Tg o Spot pubblicitari amalgamati col film tanto da far sembrare sempre più attuale uno scenario che di fantascientifico in senso stretto mantiene poco. Quando con la realtà di contatti ne trattiene. Pure troppi. Alla rivisitazione di Frankestein e del mito Asimoviano del Cyborg. Una strizzatina al database oculare di Terminator il quale quest'ultimo ricambierà con l'uso della battuta ad effetto a donare quel pizzico di umanità ad una macchina. Celebre il "Vivo o morto, tu verrai con me" ripescato e riciclato dal Governatore della California nel secondo capitolo delle gesta del Terminatore con il suo "Hasta la vista, Baby". Nella Detroit di Verhoven non esiste il bene quanto il male. E' la società, in cui ruotano i personaggi e il loro sopravvivere secondo le meccaniche che si sono imposti.

La morte umana ha il valore di un incidente, uno spiacevole disguido come quando il giovane rampollo prestato a cavia innocente viene frullato da due vulcan durante la presentazione del nuovo dispositivo di difesa. Una tiepida reazione di disgusto e l'indignazione del tempo perduto da parte del presidente di commissione.

In questo contesto Murphy/Robocop diviene un elemento di contrasto solo nel momento in cui sarà costretto a lasciare le spoglie di uomo e divenire un ibrido. Ma non vi è catarsi in questo film. I buoni non vincono. Vi è solo il desiderio di vendetta di chi è tornato in vita dopo una morte ingiusta. Un mito ripreso anni dopo da Alex Proyas nel Corvo copiandone la scena della scoperta di uno della banda di teppisti in questione nell'incredulità del "Tu.. tu sei morto.. noi ti abbiamo ucciso!". Ma Robocop al di là della vendetta è solo una pedina. Un prodotto. Una cpu che non può far altrimenti che (e)seguire gli ordini. Esulando dal suo desiderio represso e tornato a galla perchè "non si può controllare ciò che non gli uomini ma Dio ha creato" è condizionato da input e costrizioni. Come quando non può uccidere il villain di turno perchè programmato in tal senso. La volontà umana che declina di fronte a quella tecnologica. Robocop era Murphy massacrato dai mitra di una banda di gangster.

Murphy diviene Robocop massacrato dai mitra dei proprio colleghi, costretti anche loro pur non possedendo alcuna matrice ad obbedire agli ordini senza neppure chiedersi se sia giusto o no. Robocop è una critica aspra infarcita di stupendi effetti speciali anche a distanza di secoli (cinematograficamente disquisendo) ed una serie di citazioni e di situazioni che diverranno tali col tempo e forse mai troppo riconosciute come tali. Robocop è un film da riscoprire. Da analizzare. Da amare. E chiedersi perchè il regista s'è fermato lì.


 
Tabbo


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