Un vecchio orfanotrofio da restaurare viene acquistato da una coppia di coniugi con un bambino, quest’ultimo sieropositivo fin dalla nascita è stato adottato,appena nato, dalla coppia che ha deciso di trasformare l’ex-orfanotrofio in una casa d’accoglienza per bambini disabili. Ma come tutte le vecchie case anche questa ha i suoi segreti, segreti pericolosi che tornano dal passato per vendicarsi.
The orphanage è un opera prima, diretta dal regista Juan Antonio bayona e prodotta dal re dell’horror ispanico Guillermo Del Toro, ma tale non sembra, è chiaro e palese lo sforzo produttivo, così come la tecnica del regista che ci regala quasi due ore di brividi ben dosati, forse a volte un pò formali, a tratti eccessivamente eleganti, ma veramente strabilianti per atmosfera ed interpreti.
Citazioni letterarie, fiabe, c’è il cinema di un trentennio nell’obiettivo di Bayona, e del toro ha capito lo spessore artistico di questo giovane regista, che utilizza la macchina da presa con uno stile d’altri tempi, scivola, silenzioso, mai invadente lungo i corridoi, su per scale, negli anfratti bui dell’immensa casa stregata che ogni bambino che è in noi avrebbe voluto visitare senza mai averne il coraggio, allora ci pensa il cinema e cineasti come Bayona ad accompagnarci oltre al soglia, tra bambini perduti e anime sofferenti, tra risatine, gridolini e rumorose corse notturne, la casa diventa palcoscenico della lugubre messinscena, una madre disperata Laura(la bravissima ed intensa Belen Rueda, afflitta ma determinata, in cerca di un figlio non suo, ma fortemente voluto, scomparso nel nulla.
Un viaggio attraverso ricordi di abbandoni subiti, la voglia di riscattare il proprio passato, e spingersi oltre il buio, dove il freddo è intenso e il vuoto impossibile da colmare, senza rimpianti, sacrificando la propria anima solo per riabbracciare il proprio bambino.
Una delle piu’ belle ghost-story degli ultimi anni, ha solo il difetto di essere venuta dopo film come “Fragile”, ”Darkness”, ”The dark”, ma non possiamo fargliene una colpa, non è forse consuetudine del cinema cibarsi di se stesso, e Bayona lo fa senza strafare, omaggiando,citando, riportandoci ad un infanzia perduta attraverso la paura, l’inquietudine, mai un eccesso, niente di urlato, ma brividi a iosa, ed un finale che incrinerebbe anche il più duro dei cuori.