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OPERAZIONE PAURA


 
Aka: Kill, Baby... Kill!, Curse of the Dead
Produzione:  Italia, 1966
Regia:  Mario Bava
Cast:   Fabienne Dali, Erika Blanc, Micaela Esdra, Giacomo Rossi Stuart
 


Se Mario Bava è considerato uno dei grandi padri del genere horror, qualche motivo deve pur esserci e vedere pellicole come questa aiuta senz’altro a capire quali siano. In un piccolo paesino di provincia arriva un medico legale Paul (Giacomo Rossi Stuart) per eseguire l’autopsia su una giovane morta da poco in circostanze poco chiare. Arrivato in paese Paul si accorge che il commissario ha il suo da fare per venire a capo di qualcosa vista l’assoluta omertà della gente dovuta all’ignoranza e alla superstizione. Tutti sembrano aver paura di qualcosa e si guardano bene dal pronunciare anche solo il nome di villa Graps.

E’ proprio nella sinistra e inquietante dimora della contessa Graps che si concentrano le indagini dei due, almeno fin quando il commissario non viene trovato morto…Tutto sembra portare alla morte, avvenuta qualche anno prima, della piccola Melissa Graps… Secondo molti questo è il migliore lavoro del grande regista romano, certo è che in questo film si ritrovano tutti insieme i tratti caratteristici dell’intera produzione di Bava, dalle atmosfere gotiche al tema del soprannaturale, dai non morti all’uso traboccante delle tonalità forti per quanto riguarda le luci. Il personaggio della bambina, le cui apparizioni sono precedute dall’inquietante rimbalzare di una palla bianca, è sicuramente riuscitissimo e lo dimostra anche la massiccia opera di emulazione che ha subito nel corso degli anni. Una bambina foriera di violenza , l’innocenza che si contrappone alla crudeltà è uno dei temi più battuti soprattutto dal genere horror più recente.

Oltre all’uso quasi maniacale della macchina da presa e delle luci per rendere al meglio il senso di disagio e paura provato dai protagonisti, quello che balza subito all’occhio è la doviziosa cura dei particolari su cui si concentra il regista. Probabilmente lo spettatore riesce a cogliere soltanto una parte di quelli su cui Bava ha lavorato ma, tanto per citarne un paio, mi vengono in mente il sudario che cade quando la palla entra rimbalzando nell’obitorio (come se la ragazza dovesse risuscitare) o il modo in cui viene presentata la villa, in cui sembra che qualcosa da un momento all’altro debba succedere(le vecchie armature sembrano non aspettare altro che di animarsi). Vanno poi citate almeno un paio di scene di altissima fattura: quella in cui il protagonista rincorre se stesso nella stanza le cui porte sembrano stregate e il cui quadro lo porterà fuori dalla villa, e l’omicidio del borgo con la grande intuizione della cassaforte.

Non particolarmente degne di nota le prove degli attori (tra i quali forse solo Erika Blanc riesce a sfruttare al meglio le proprie capacità) ma questo è un piccolo problema con cui Bava dovrà fare i conti molto spesso; se è vero infatti che riusciva a sopperire i limitatissimi budget con qualche buon gioco di prestigio, probabilmente gli riusciva difficile reclutare buoni attori o forse molto più semplicemente la recitazione veniva sacrificata in nome della riuscita stilistica della pellicola. Due piccole curiosità: la bambina è in realtà il figlio del portiere del palazzo in cui abitava Bava e lo stesso personaggio della bambina verrà ricopiato da Fellini per il suo episodio di Tre Passi nel delirio nonostante il regista riminese abbia sempre negato la cosa.

 

 
Stilgar


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