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NOSFERATU


 
Titolo originale:   Nosferatu: Phantom der Nacht
Produzione:  Germania, 1979
Regia:  Werner Herzog
Cast:   Klaus Kinski, Isabelle Adjani, Bruno Ganz, Roland Topor
 

 

Nosferatu di Herzog-Kinski.
Partendo dal presupposto che pur possedendo da tempo immemore l'originale di Murnau, non mi son mai dato il tempo, pur avendone spesso fin troppo, per una visione che merita. Cappello introduttivo malsano e malindicato ma che servirà a comprendere la fase ben poco analitica di un film che cerca di ricalcarne le gesta volendosi scrollare sin dalle prime battute l'appellativo di "Remake" e che dalla recensione non emergerà alcuna velleità di paragoni/confronti. Remake: termine d'albionica memoria che riporta alla mente, seguita spesso da tic involntari e riflessi incondizionati di nasi storti, palpebre strizzate e palati provati da insulse rivisitazioni di capisaldi o meno che hanno fatto e continuano ancora a distanza di lustri a farne le vestigie delle istituzioni o fondamenta della settima(?) arte: il cinema.

Fermamente convinto che la crisi di idee millantata in questi anni non è mai esistita dato che non tutti i films possono essere capolavori e non tutti i capolavori o meno provengono da idee partorite genialmente da indipendenti sceneggiatori (o dovrei specificare creatori di script) ma piuttosto in calce lì, si proprio lì in basso dopo l'aver ricordato il capo-aiuto-costumista-inseconda, ci si ricorda che tale film è tratto dalla novella scritta da... Quindi accolgo con necessario cinismo la solfa: idee zero, ormai si vive di remake. Magari questo solo al cinema. Ma voler andare al cinema con l'intento di guardare un film meritevole è da ipocriti. Non per sfiducia nel mainstream, perbacco (mi edulcoro da solo), loro fanno il loro mestiere spesso dannatamente bene! Io al cinema ci vado per cazzeggiare. Certo se per me cazzeggio equivale a Shaun of the Dead e non a Natale a Miami, non posso farci nulla... sono io che devo venire incontro ai gusti della moltitudine, non di certo il contrario. Questo per dire che, parlare di un remake di un film che a sua volta è un omaggio spudorato ma mai esplicato per motivazioni prettamente pecuniarie di uno spettacolo di Broadway che a sua volta fu pesantemente ispirato da un romanzo.. non è alquanto semplice.

Ma esulando da questa diatriba che m'accorgo non c'entrare un canino con l'oggetto in questione, mi premuro nel dare una spiegazione veloce al perchè attribuisco a questa pellicola un valore (s)oggettivo immenso e perchè attribuisco la paternità di questo film ai due tizi in questione e non solo al regista, cosa che comunemente andrebbe fatta. Questo perchè, senza dilungarmi sulla figura mit(olog)ica di Kinski e non rischiare linciaggi assortiti, è un film a mio modo di leggere fra le righe anche dell'attore. Non che gli altri attori invischiati siano da meno, l'algida Adjani, un rampollo Bruno Ganz, il caratterista che interpreta Reinfield, stupendo ma dalla risata tristemente censurata dall'originale doppiaggio e di cui non rammento il nome e non abbiatene preso dal "sacro fuoco" stendo le parole di getto e non mi va di consultare alcunchè. A volte penso che Herzog sapeva già in partenza che sostituendo anche uno solo di essi dal progetto iniziale il film non avrebbe avuto motivo di nascere.

E questo in assoluto vale per Kinski. E' Lui che da linfa al film. Pur calcandone la scena in misura minore rispetto a tutti. Pur essendo il protagonista. Perchè Lui, al pari del vampiro che impersona, C'E'. Aleggia. Le sue ali nere come mantello avvolgono. Senza dilungarmi su una trama che ormai sarà risaputa anche dai sassi [J. Harker parte alla volta della Transilvania perchè un misterioso Conte Dracula vuole acquistare casa nella vecchia europa. Tale viaggio assume le proporzioni di un'impresa dati i tempi ma le prospettive di ricchezza per il venturo matrimonio sembrano sedare ma non lenire del tutto i presentimenti della giovane Mina Harker. Giovane donna timorata di Dio inconsapevole oggetto di bramosia del succitato Conte.. ndr] mi sposterò a rigor di illogica convenzione. Ho sempre sostenuto che il Nosferatu di Herzog sia La vera storia d'amore. Quella ossessiva. Quella distruttiva. Quella immolatrice. E in Kinski tutti questi aspetti confluiscono in quella pallida maschera torturatrice (ricalcando, volutamente o meno le gesta di un altro grande quasi superfluo da menzionare Chaney sr). Lui non perpetra violenza fine a se stessa. Lui è il Male. Costretto ad esserlo.

E rinnegandolo nel momento stesso in cui ama. Distrutto nel momento stesso in cui odia per l'amore che prova. A me ispira tenerezza. Si sa, si tiene il tifo sempre per i più deboli. Una creatura capace di sconfiggere la ConSorella Morte ed esserne spietato quanto scrupoloso alleato, una creatura che fa del potere il proprio credo.. soggiogato dalle sottane bianche di un'emaciata donna amata in vita passata. Quindi nemmeno la donna per cui valse la pena sfidare le ire del Padrone del piano superiore. Ma solo il manichino vuoto di quell'anima persa. Non a caso il finale, che non rivelerò perchè pigro al punto da non innescare il perverso meccanismo dello *Spoiler, mi dirige sempre più verso questa mia considerazione. Ma non è solo questo, ed anzi probabilmente non ne ha neppure le intenzioni il regista nel suo lungo percorso narrativo fatto di paesaggi immensi e glacialmente colorati. La natura come sempre ricopre il suo ruolo di spicco dando l'impressione che gli attori siano loro ad essere assoggettati allo status di "macchiette" a sporcare la tela. E come tale teoria sia inconfutabile nella realtà, Herzog tira il sasso centrandoci in testa, sorridendo marpione e non ritira manco la mano lo stronzo senza voler smontare l'ineluttabilità: l'uomo è da sempre assoggettato alla Natura e non viceversa.

Quando Harcker passeggia con la sua dolce Mina su quella spiaggia.. quando cavalca per giorni e giorni alla volta della Transivalnia.. lui, lo specchietto per allodole, riempie solo una minima parte della tela/schermo che il regista ha predisposto. E questo stacco è ancora più visibile nella straordinaria versione originale. L'immensità dell'Oceano. L'imponenza delle Catene montuose. Gli anfratti e i budelli in cui si perde. Loro saranno lì ancora per chissà quanti secoli a venire. Mentre quel piccolo e sempre più misero uomo egocentricamente spinto dai propri interessi (positivi o meno) sarà forse nelle migliori delle ipotesi un ricordo. Pragmaticamente polvere o concime per vermi. In tutto questo il Conte Orlock (cito il capostitipe cinematografico) aveva trovato la sua rivincita, se non affiancandosi alla Natura, a divenirne meccanismo simile nella sempiterna durata e "cinica" giustizia. Solo quando le pulsioni pensate morte dell'indole umana presero il sopravvento tutti i secoli trascorsi si riaffacciarono per riprendersi quanto era stato indebitamente riposto. M'accorgo che una recensione dovrebbe assumere connotazioni più cronistiche e formalmente logiche.

Ma questa da parte mia è un atto d'amore verso una pellicola che travalica tali confini divenendo a tutti gli effetti parte integrante di quel processo naturalistico di cui Me ne ha tessuto scoordinate lodi e di cui il regista volontariamente e l'attore cardine involontariamente hanno suggellato. Per pochi. Perchè è giusto che sia così. Non mi reputo uno di quei pochi sia ben chiaro. Per me tale pellicola è uno schiaffo violento, mi lascio rapire, come accadde ormai anni ed anni or sono in quella notte da ragazzino davanti alla tv. Non cerco giustificazioni, messaggi reconditi, non mi soffermo sulle mirabili tecniche e sugli intenti filologici quando il filmato parte. Ad ogni visione è come se fosse la prima volta ed ogni volta ne scorgo particolari nuovi. A volte ne condivido spesso no. Sono molto geloso. A volte ascolto/leggo/studio da chi ne sa più di me per potervi trovare nuove chiavi di lettura ma questo sempre a schermo spento.

Perchè ogni volta che lo schermo si riaccende, il resto non conta. Quelle ali neri sono lì, pronte ad avvolgermi. In quanti possono avvalersi di un tale privilegio?


 
Tabbo


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