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L'ULTIMA CASA A SINISTRA


 
Titolo originale:  Last House on the Left
Produzione:  USA, 1972
Regia:  Wes Craven
Cast:  Sandra Cassel, Lucy Grantham, David Hess, Fred J. Lincoln
 


La violenza, visiva e psicologica, di alcune scene, in questo horror datato 1972, è particolarmente spietata. La crudeltà e la furia omicida lucidamente architettata con cui vengono perpetrate le violenze colgono lo spettatore impreparato e solamente grazie ad una buona dose di ironia, il film, in alcune parti, riesce a smorzare i toni. La famiglia borghese protagonista di una vendetta senza precedenti, si contrappone nettamente a quella malata e perversa che solo due anni dopo descriverà Hooper nel suo film più riuscito “Non aprite quella porta”. Ne “L’ultima casa a sinistra”, infatti, il ceto sociale, la collocazione geografica e le motivazioni cambiano, ma non per questo è minore la violenza e la furia omicida che esplode tra le mura domestiche, lontano da sguardi indiscreti. Il massacro, semmai, è ancora più raccapricciante se pensiamo che qui è compiuto per dare vita a una vendetta senza precedenti, che non brama la giustizia civile, ma quella privata.

Lo Stato del resto si dimostra assente, o quanto meno facilone, fin dall’inizio, visto il duo di poliziotti che non prende troppo sul serio la denuncia di scomparsa della giovane. La sceneggiatura enfatizza accuratamente le diversità tra i criminali e la famiglia che si fa giustizia da sé. In realtà, si tratta di una differenza solo apparente tra i due estremi e due forme di violenza più simili di quanto sembri. Nella prima parte del film, l’immagine della famiglia ricalca un cliché collaudato: i genitori che si amano, preparano la torta e stanno in apprensione per la figlia uscita in un quartiere malfamato di New York. Craven calca appositamente la mano nel descrivere la famigliola felice proprio per enfatizzare le efferatezze che i genitori della vittima compiono nella seconda parte del film. Queste stridono con l’immagine della perfetta famiglia americana, che per antonomasia non è violenta né tanto meno un covo di assassini. Parallelamente, la banda di delinquenti composta da una donna e da evasi, rapinatori, stupratori e assassini, è la personificazione del male che invade la società. Paradossalmente, da questi elementi ci si aspetta la violenza, essa è la legittima conseguenza di un comportamento deviato, di una scelta di vita che non rispetta alcuna norma sociale.

Marito e moglie che uccidono i giovani teppisti, mostrano una certa perversione nel fare violenza. Il fine dei loro gesti passa in secondo piano a causa delle modalità con cui la famiglia porta a compimento una vera e propria strage. La scelta di massacrare uno degli assassini con la motosega o scegliere il sesso orale come mezzo per evirare l’altro complice, dimostra la trasformazione dei due genitori in temibili e barbari assassini. Non è previsto, ed è impensabile, che la famiglia per bene, che guarda con sospetto all’amica della figlia solo perché proviene dai bassifondi della città, dia sfogo a delle pulsioni omicide, seppur motivate dalla sete di vendetta, di tal portata. Se, nella prima parte del film, è la violenza ai danni delle ragazze, fisica e soprattutto psicologica, a terrorizzare perché estremamente realistica, nella seconda è la vendetta sadica dei genitori a lasciare spaesato lo spettatore, poiché questa nasce e cova in un contesto inedito, non deviato e/o compromesso da scelte di vita criminose. La musica in perfetto stile Sixties, smorza ulteriormente i toni, anche se non sempre sembra in sintonia con le situazioni.

La regia, sebbene qui Craven fosse all’inizio della sua carriera e il film sia stato realizzato con un budget contenuto, è curata, mai grezza e improvvisata.

 
Marta Rizzi


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