Se dopo la visione di Requiem, gli spettatori dovessero rimanere ancora seduti, come se qualcosa impedisse loro di alzarsi causa un senso di angoscia o meglio perché, ancor prima che i titoli di coda inizino a scorrere, le loro menti hanno già intrapreso un’impegnativa riflessione, allora Milo Busaneli (il regista) ha raggiunto il suo scopo.
In Requiem non ci sono né buoni né cattivi, né vinti né vincitori, a trionfare è solo la brutalità dell’indifferenza e la conseguente impossibilità di comunicare ciò che si vuole essere, ciò che si è e ciò per cui si è tormentati.
Il protagonista, l’uomo, si risveglia in una stanza apparentemente sconosciuta dove lo scorrere del tempo non è definito, ma ad ogni scandire di quello che sembra un giorno, incontra probabili conoscenti “sconosciuti” che gli propongono, con un sorriso dal sentore ipocrita e formale, solo ciò che è impossibilitato a fare o che non vuole fare. I suoi desideri non vengono presi in considerazione e non gli viene fornita la possibilità di esprimerli: siamo troppo presi dalla routine della vita quotidiana per riflettere sullo stato d’animo degli altri, ma anche di noi stessi.
Il regista, in modo originale, ci ricorda, ancora una volta, che siamo attratti solo dal successo, che i sentimenti non si comprano e che siamo ricoperti da una pesante montagna di pregiudizi. Le barriere non sono più nella lingua o nella cultura, ma dentro ognuno di noi.
Così nel corto (parafrasi della vita) il protagonista, l’uomo, la persona depressa, il disabile, l’extracomunitario, il figlio incompreso (forse perché mai ascoltato) ogni volta che rimane da solo, si vede immobilizzata una parte del corpo, della personalità, della dignità, dell’anima fino a sparire del tutto.
|