“Radice quadrata di tre” è un prodotto amatoriale e fin dalle prime scene lo si capisce chiaramente.
Si capisce subito, anche che Lorenzo Bianchini non è uno stupido.
Raramente un film amatoriale riesce ad accattivarsi il favore del grande pubblico ed a staccarsi di dosso l’etichetta di prodotto di “nicchia”. Nella storia del cinema l’esempio più clamoroso di tale “metamorfosi” rimane (e difficilmente potrà essere superato) “the blair witch project”. Lorenzo Bianchini riprende proprio questo esempio come punto di partenza per il suo film, ma laddove il teaser pubblicitario internettiano aveva agito da catalizzatore sulla curiosità degli spettatori, qui un duplice e “geniale” espediente riesce a sopperire tale lacuna.
L’espediente è costituito dall’aver girato il film in lingua friulana, mentre la sua bivalenza è dovuta al fatto di riuscire ad attirare gli spettatori locali (a Udine, alla sua uscita, ha sbancato i botteghini) e mascherare, così, le imperfezioni di dizione (cruccio degli attori non “professionisti”) attribuendo ai protagonisti la loro lingua natale che, insieme all’adeguata collocazione territoriale, rende la recitazione molto naturale e credibile, cosa gradita al resto degli spettatori italiani.
“Radice quadrata di tre” è un thriller, poco originale per contenuti e sostenuto da una sceneggiatura piuttosto lineare e prevedibile, ma Lorenzo Bianchini, alle prese con un budget pressoché inesistente, punta tutto su quelle poche cose che rendono un film tale.
Il peso della recitazione è poggiato tutto sulle spalle del trio di adolescenti (davvero bravi) protagonista, il resto dei personaggi è puro “contorno”. La fotografia è molto curata (soprattutto gli interni notte nella scuola) quando serve e trascurata quando poco influente. La colonna sonora d’atmosfera, scandisce i momenti salienti del film con il giusto apporto emotivo. A tutto questo si aggiunge l’abile mano del regista, che riesce a tenere alto il livello della tensione con un montaggio e delle inquadrature di forte impatto e che costruisce sulla capocchia di uno spillo una serie di flashback, sogni premonitori, terribili incubi ed assurde realtà talmente martellanti da far passare in secondo piano la fragilità del plot. L’ambiguità tra soprannaturale ed ordinaria follia chiude il cerchio di questo, ben studiato, lavoro.
Lorenzo Bianchini ha sfruttato al meglio l’opportunità presentatagli, con mestiere, intelligenza ed un pizzico d’astuzia.
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