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FOBIA


 
  Durata:  10'
Produzione:   Italia 2006
Regia: Ciro Eugenio Caliandro
Cast:  Isabella Cacciuttolo, Annalisa Palmisano
 


Una stanza buia, due donne giacciono sul pavimento, legate schiena contro schiena. Luce. Non sanno perché, non capiscono, una voce cavernosa parla di demoni, piangono. Buio. Questo corto di Ciro Eugenio Calandro, come suggerisce il titolo, analizza la paura. Paura per una condizione di cui non si ha ricordo, per una sorte che non preannuncia nulla di rassicurante, pur non paventando pericoli imminenti. Una paura, insita nell’uomo, per tutto ciò che non è prevedibile e soprattutto “riconoscibile”. Una paura che ha il sentore di un flebile ricordo. Ricordo misto al rimorso di un momento, di un attimo in grado di segnare la vita. Il soggetto si basa su dei buoni presupposti che permetterebbero di intraprendere un sinuoso viaggio nella psiche umana. In effetti la prima parte risulta piuttosto angosciante e cattura l’attenzione dello spettatore. La cupa atmosfera, l’impossibilità di dare una spiegazione a ciò che accade, il repentino contrasto tra luce e tenebra inquietano, destabilizzano, dando la sensazione di addentrarsi in un vicolo cieco. Lo scandire dei secondi riserva una (s)piacevole sorpresa. E’ solo un sogno.

Il sogno di una donna costretta su un letto di ospedale in stato comatoso, causa un incidente stradale. La voce cavernosa proviene dalla Tv, la luce dal medico intento a controlla la pupilla con l’ausilio di una piccola torcia stilo. La compagna onirica nella realtà giace al suo fianco ed è a lei collegata per una trasfusione. “Fobia” perde una buona occasione. L’antefatto da teatro dell’assurdo, il viaggio catartico nei meandri della coscienza, si risolve (dileguandosi) con il più trito e ritrito degli escamotage cinematografici. Sogno o realtà? Dove sta scritto che sia assolutamente necessario dare una risposta a questo quesito? Davvero un peccato, perché la buona regia di Calandro, la credibile prova delle due ragazze e l’atmosfera iniziale avrebbero potuto trasformare questo corto in “qualcosa da ricordare”. David Lynch alle (becere) critiche sull’ incomprensibilità e l’assenza di “perché” nei suoi film risponde: “Nei miei film non c’è nulla da capire”.

 
Demon

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