La notte in cui un giornalista del Messaggero viene convocato dall’archeologo e studioso di antichità, il professor Del Colle, per quella che a suo dire sarà una importante intervista, succede qualcosa di strano a casa sua: alcuni individui si presentano alla porta del professore che fa nascondere l’intervistatore in salotto. Quando questi esce, il professore è sparito lasciandogli la sua macchina fotografica e alcuni appunti. Le indagini che il giornalista si mette a fare, lo portano alla chiesa di un paesino della zona dove tutto sembra ruotare attorno ad un singolare dipinto medievale che raffigura un prete il quale, secondo le cronache locali, si sarebbe suicidato diversi secoli prima in situazioni misteriosi. Qualcuno sembra che voglia impedirgli di scoprire la verità, ma forse quello che si appresta a scoprire potrebbe non piacere troppo nemmeno a lui…
Se il giovane filmamker friulano era in cerca di conferme dopo il suo apprezzatissimo “Radice quadrata di 3”, si può affermare che la strada è quella giusta.
Innanzitutto la scelta di temi come quello della stregoneria e del demoniaco medievale appare coraggiosa se si pensa che proprio su questi temi hanno trovato la loro migliore ispirazione alcuni dei registi che hanno fatto la storia del cinema gotico italiano come Margheriti, Freda e Bava. Il paragone sarebbe irrispettoso per i sopraccitati registi e ingiusto per il giovane regista, ma se si pensa che oltre alla regia Bianchini è anche autore della sceneggiatura e del montaggio, si può capire perché il suo lavoro vada comunque apprezzato al di là degli evidenti difetti. Sì perché questo i suoi non troppo nascosti difetti li ha: dalla recitazione che è poco più che amatoriale, ad una certa trascuratezza fotografica in alcune scene o, ancora, a qualche eccessiva caduta di ritmo. Detto questo, però, gli aspetti per cui elogiare questa pellicola, sono molteplici. Innanzitutto lo stile di Bianchini è davvero interessante e ricorda molto quello di Argento, pur riuscendo a mantenere una sua indipendenza e originalità. Il giovane regista riesce a coinvolgere lo spettatore trasmettendo alla sua pellicola tutte le sue paure, la sua inquietudine.
Le scene chiave sono ricche di suspence e non risparmiano nemmeno ai più navigati qualche “salto sulla poltrona”. Inoltre se la cava bene in una delle cose più difficili per un regista che affronta questo genere, cioè conferire alla vicenda i toni di ansia e turbamento tipici della letteratura Lovecraftiana a cui ci sono evidenti riferimenti sparsi qua e là per tutto il film culminati con la scena finale che non può che trarre ispirazione dal bellissimo racconto La maschera di Innsmouth.
Felicissima inoltre la scelta di non mostrare mai troppo evitando di dover ricorrere a effetti visivi poco credibili che avrebbero rischiato di ridicolizzare le scene chiave come quella in cui il mistero viene svelato, dove lo spettatore “sente” la Bestia senza mai vederla completamente e che, proprio grazie a questa soluzione, rimane cupa e carica di pathos. Senza che nessuno gridi allo scandalo, quella scena ha ricordato al sottoscritto alcuni dei tratti caratteristici del cinema di Fulci. In definitiva Bianchini ha saputo dimostrare, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che con il talento e le idee giuste si possono confezionare prodotti interessanti anche con budget limitatissimi.
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