A volte capita, in nome della passione, di spingersi un po’ oltre i labili confini delle proprie possibilità, compromettendo un prodotto che altrimenti avrebbe rasentato la perfezione.
“Braccati” subisce proprio questa sorte.
Vecchio West, una famiglia di fuorilegge si rifugia in un casolare immerso in una foresta, per sfuggire agli uomini dello sceriffo che li tiene sotto assedio. Passano le ore, cala la notte… tutto tace… la caccia è iniziata.
La regia di Albanesi si dimostra “pulita” fin dalle prime scene, con inquadrature ben studiate ed ottimi movimenti di steadycam (da lui stesso manovrata). Buona la resa degli interni e delle riprese notturne che, grazie anche ad un’accurata fotografia, riescono a trasmette le paure e le angosce dei protagonisti. Le continue dissolvenze in nero che scandiscono lo scorrere del tempo, invece, contribuiscono a smorzare i ritmi già di per sé dilatati da un montaggio che avrebbe necessitato di un buon taglio. Interessante, anche se piuttosto sfruttato cinematograficamente, il dualismo tra cacciatore e preda e l’instabilita dello stesso, che trasforma sovente colui che caccia in colui che viene cacciato.
Il bosco, il vero protagonista del corto, che evidenzia un chiaro tributo artistico di Albanesi nei confronti di Raimi (sancito da una chiara citazione di Evil Dead), rappresenta la grossa falla di “braccati”. Sebbene le riprese in esterno siano suggestive e ben realizzate, la presenza (soprattutto alla luce del sole) di winchester e revolver tra gli alberi appare quantomeno anacronistica, tanto che quando la camera propone la panoramica del bosco, si ha la sensazione di veder sbucare da dietro un albero i fari di un fuoristrada piuttosto che gli zoccoli di un equino.
E questo non tanto per la poco azzeccata scelta delle locations (davvero suggestive), ma per la troppo “reale” resa fotografica (“budget docet”) che non proietta di certo lo spettatore a ritroso nel tempo. Altro grosso problema di “Braccati” risiede nel sonoro, la scelta della presa diretta (mi auguro “budget docet” 2) non è delle più felici e serve solo a sottolineare la natura approssimativa del lavoro.
Davvero un peccato, perchè Gabriele Albanesi dirige senza incertezze, partendo da un soggetto interessante, sceneggiato piuttosto bene (fatta eccezione per alcuni dialoghi), disponendo di un cast di tutto rispetto, affidandosi ad un direttore della fotografia che fa la sua parte, trovando un posto perfetto dove girare ed avvalendosi di efficaci effetti speciali…se solo le scelte “artistico-tecniche” (forse sarebbe stata sufficiente un’ambientazione contemporanea) avessero incontrato le esigenze del budget a disposizione “Braccati” sarebbe stato “diverso”.
La voglia di “strafare” punisce Gabriele Albanesi, esaltandone però la tenacia e le buone qualità che (speriamo) verranno glorificate dal suo ultimo lavoro, che riprende (nelle tematiche) proprio questo corto: “Il bosco fuori”.
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