Gatti (i gitanti che litigano come i suddetti felini) rossi
(per via delle loro mantelline) in un labirinto di vetro (il pullman). Con
questo titolo -mai capito, secondo il regista- e con i primi, splendidi
fotogrammi -f orse la parte migliore, sicuramente la
più suggestiva, di tutto il film- che U. Lenzi ci presenta le
disavventure di una gita in Spagna contro cui si accanisce uno spietato
assassino che, dopo aver trucidato le sue vittime, gli estirpa un occhio.
Può trarre in inganno la descrizione così sintetica della trama e
il divieto VM 18, in film nn è particolarmente cruento e punta molto di
più sul thriller "puro" che non sull'effetto gore; così sullo
schermo sfilano le note coltellate e solo alla fine, in una scena, si rasenta
il "non troppo sostenibile". Nella sua bella tradizione di giallo all'italiana
il film si sviluppa su una trama da slasher movie, tra continui omcidi "sempre
uguali". L'ambientazione però concorre molto a dare una ventata nuova ed
inedita ad un plot calato perfettamente nella realtà argentiana di
quegli anni. La gita, composta da individui più o meno normali, che
hanno tutti i loro piccoli segreti da nascondere si dipana -come il film- per
le strade di Barcellona e dintorni non fermandosi mai, nonostante l'assassino
continui a mietere le sue vittime.
Così seguendo l'itinerario previsto si troveranno a
girare in luoghi turistici che avranno come minimo comun denomiatore
l'assottigliarsi del gruppo -o di qualcuno a loro vicino-, creando un clima di
tensione e di paranoia che diffi cilmente lo spettatore riuscirà a scrollarsi di dosso.
L'impressione è quella di avere sempre sul collo il fiato
dell'assassino, che dovunque si vada non ce lo si scrolli di dosso...
perchè, forse, l'assassino siamo proprio noi! Non ci mette molto
nè la polizia -un vecchio investogatore a cui manca una settimana per la
pensione e che vuole risolvere il caso prima-, nè la compagnia a
dubitare l'un l'altro, trovandosi ad accapigliarsi in quel labirinto di cui
sono ormai prede. E proprio in un labirinto di un parco dei divertimenti si
svolge una delle scene più liriche e riuscite di tutto il film, seconda
solamente ai titoli di testa. Ma la malsana atmosfera, il clima di sfiducia
totale non elimina del tutto i difetti questi film. Come ogni buon giallo che
si rispetti presenta passaggi leggermente forzati, particolari visibilissimi
che rimangono misteriosamente nascosti agli occhi dei protagonisti. Una scena
in particolare rasenta la demenza, una svista così grande che non sta in
piedi da qualsiasi punto di vista la si guardi. Ma ciò non tragga in
inganno, il film è buono, molto buono, solo non rasenta quella
perfezione rigorosa tanto sbandierata dal regista stesso. Quindi sedetevi,
spegnete le luci e preparatevi a calarvi un questa atmosfera "gitaiola" ma
stando attendi... a non mostrare troppo (a)i vostri occhi.
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