Il secondo lungometraggio di David Lynch
rappresenta un apparente paradosso nella filmografia del regista americano.
Paradosso in quanto, pur mantenendo le vellutate tonalità monocromatiche
(magistralmente dirette da Freddie Francis) del precedente Eraserhead, se ne
distacca violentemente per contenuti, simbologie e graffianti metafore.
Apparente in quanto, sebbene da una superficiale analisi si potrebbero
evidenziarne solo gli aspetti drammatici, The Elephant Man è qualcosa di
"più". Intraprendere unanalisi critica sullaspetto
cinematografico di questopera, sul suo valore artistico o sulle
capacità dello stesso autore, potrebbe rappresentare un lavoro per certi
aspetti "superfluo", maggiori spunti di interesse potrebbero, invece, venire
alla luce effettuando un'attenta disamina su ciò che la figura di John
Merrick rappresenta. Indubbiamente Il film procura nello spettatore un disagio
non indifferente, disagio esasperato dalla dose di vouyerismo a cui Lynch ci
sottopone, piazzandoci prepotentemente di fronte ad uno specchio, in cui gli
atteggiamenti dei protagonisti si riflettono con quelli di qualsiasi altro
essere umano, dunque con noi stessi. "L'aspetto devastato di John Merrick
rappresenta infatti, nient'altro che l'espressione metaforica del cambiamento
che ogni persona attua sulla propria personalità nel tentativo di
mostrare ciò che è veramente, una lotta in cui spesso si esce
sconfitti, fino all'inesorabile e bieca completazione del processo di
snaturamento che costringe, in questo caso, John Merrick a lasciarsi morire
adattato alle abitudini di un modo di vivere che non gli appartiene".
La pietà, l'orrore, la misericordia,
il disgusto per un essere che a fatica si definisce "umano". Questa continua
dicotomia emozionale provoca un'alterazione della realtà, una
distorsione in cui Lynch si diverte a farci sprofondare. Tutto ciò che
appare come reale, in effeti potrebbe non essere letteralmente tale. Il film
mostra le due esistenze delluomo elefante. La prima terribile, una vita
di umiliazioni, maltrattamenti, orrori, una vita vissuta alla stessa stregua di
un animale. La seconda piena di comprensione, tranquillità, amore.
Privandosi dell'innata ipocrisia che sovente induce l'uomo a soccombere davanti
nobili, ma spesso poco sinceri, sentimenti, risulterebbe interessante
interrogarsi su quale di queste due facce della stessa medaglia sia migliore.
Il povero John Merrick è in perenne ricerca di quellaffetto che
nessuno gli ha mai concesso, in queso contesto ciò che viene lui offerto
dal Dr. Treves rappresenta una sorta di miracolo. Rimane il fatto (piuttosto
palese) che tutto quello offerto a Jhon risulta distorto, non scaturito da un
sentimento d'amore puro, ma figlio di compassione, pena ed una
sorta di beneficenza non gratuita, mirata a purificare lo spirito di chi la
attua con un gesto di estrema carità. Di contro, paradossalmente, il
sentimento di Bytes (il padrone delluomo elefante), può
considerarsi un sentimento vero. Bytes ama davvero John, è un amore
malsano, violento, ma pur sempre vero.
Identificandosi con la
conflittualità e la disperazione del personaggio di Bytes, risulta
evidente come le sue azioni non sarebbero mutate nei confronti di un figlio
"normale". Jhon non è considerato un animale per il suo aspetto, ma
è proprio la condizione sociale di Bytes, la sua dipendenza dall'alcol
che lo porta a "socializzare" i sentimenti in maniera violenta ed
apparentemente distaccata. Forse il sig. Bytes incarna la sola persona che, nel
film di Lynch, nutre amore (in senso assoluto) verso Jhon Merrick
esclusivamente per quello che è. L'accanimento con cui rincorre l'uomo
elefante, la gelosia nei confronti del dottore, la vendetta nei confronti di
chi lo ha tradito, lasciano trapelare dei sentimenti veri. Tutto ciò che
accade durante la loro convivenza è "realtà". Tutto ciò
che accade dopo il suo ricovero in ospedale è frutto di una
messinscena
in fondo John conserva il suo posto grazie ad un atto
caritatevole della regina, gesto che non può far altro che condizionare
gli atteggiamenti degli altri sudditi. Verrebbe da chiedersi se per John
Merrick fosse stato meglio vivere e morire in uno stato di estrema, dura e
crudele verità, o vivere e morire convinto di essere amato da gente che
in effetti prova solo pena per la sua condizione.
E più vera limmagine di
John rinchiuso in gabbia con le scimmie o in vestaglia, mentre versa del te a
degli aristocratici che non riescono neanche a guardarlo in faccia? La
condizione di interscambiabilità tra realtà e realtà
posticcia accompagna il film dall'inizio alla fine. Dal montaggio della
sequenza iniziale dellipotetico incidente subito dalla madre di Jhon in
cui, il tragico infortunio suggerisce esplicitamente uno stupro, alla Morte di
John. Quest'ultima, in effetti, è un apparente suicidio, apparente
perchè pur lasciandosi morire con il desiderio di conservare il ricordo
di una giornata "normale", per essere come tutti gli altri, per riuscire a
dormire come il fanciullo raffigurato nel quadretto della sua stanza, il suo
gesto è solo un catalizzatore atto ad accelerare una fine, di cui egli
stesso è a conoscenza. In fondo, John viene considerato un uomo, passa
una giornata tra i suoi simili che non lo guardano più come un mostro,
è felice...ma è altresì, consapevole dell'alone di
finzione che lo circonda. La sua accettazione da parte degli altri deriva solo
dalla benevolenza di pochi: La regina che considera "lodevole" la carità
mostrata; Mrs. Kendal, un'annoiata e famosa attrice, che trova interessante
Jhon, perchè stufa dei te con gli aristocratici. L'enocmiabile decisione
di mettere in scena uno spettacolo in onore di John, scaturisce esclusivamente
dalla notizia della sua imminente morte.
Perchè il pubblico applude?
Perchè considera John un uomo...o solo perchè la Kendal applaude
per prima? Il nucleo dell'alternanza tra realtà e finzione in "The
elephant man" è racchiusa nella risposta a questo quesito. L'amaro
finale potrebbe racchiudere proprio questo...morire in fondo appare l'unica
soluzione, solo nella morte siamo tutti veramente uguali...anche se Lynch si
premura di destabilizzare anche questa considerazione, chiudendo il film con
una frase, per certi aspetti, inquietante: "Niente può morire". Jhon
Merrick muore "illuso" di essere diventato un uomo. La sua consapevolezza
(espressa nel suicidio) sta proprio in questo: scegliere di conservare come
reale ciò che egli stesso percepisce essere "finzione", con il desiderio
di imprimerlo come suo ultimo ricordo. Scegliere di morire in smoking
circondato dagli applausi, piuttosto che aspettare qualcuno che si affacci alla
finestra per ammirare "il mostro".
Illusione, non consapevolezza...ma in fondo la differenza
è estremamente sottile...
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