Là dove in principio c'era la
metafora di una cantina, oggi si erge la metaforica imponente costruzione di un
genere chiamato horror... una cantina chiamata "il gabinetto del dr Caligari",
una cantina dalle mura portanti e vitali quanto quelle de "la casa stregata" di
Lovecraft; mura nutrite da una linfa schizofrenica, allestite con carta da
parati a tinta "incubo"... una cantina dall'arredamento disordinatamente
ricercato, tanto surreale quanto didascalico...
illuminata da una luce pronta a sorprendere
i dettagli della follia filmica, che serpeggia sorda tra le stradine zigzagate
e le pareti deformate, che accenna i ricordi dell'arte gotica e classica
affettate con l'accetta... la rappresentazione teatrale del ghetto della fase
r.e.m., dove gli abitanti, elementi di contrasto tematico, escono fuori
dall'ombra incuriositi e spaventati, pronti a sporcare la luce del sogno,
pronti a deformare le perpendicolarità visive... l'accavallamento
alternante della follia e della sanità in una rappresentazione
bidimensionale quanto una moneta che ruota su se stessa illudendo lo
spettatore...
portandolo ad un disorientamento ottico e
psicologico. La regia di Wiene sfrutta le immagini attraverso un uso della
macchina da presa con il "paraocchi", immagini compresse dalla forte pressione
della realtà, nelle quali i punti di fuga risucchiano le prospettive
rendendole visivamente asfittiche... Il mondo attraverso gli occhi di un pazzo
che si aggira nel buio con una lanterna, illuminata comprensione, luce di fuga,
tenue speranza....
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