I lunghi capelli della morte rappresenta uno degli esempi più riusciti di quello stile cinematografico gotico-medievale tanto in voga negli anni '60 che ha visto proprio nel nostro Paese i maggiori esponenti. Gli ingredienti ci sono tutti: magia, superstizione, una buona dose di morbosa sensualità e ovviamente la peste.Alla fine del XV secolo una donna, Adele, viene bruciata sul rogo accusata ingiustamente dell'omicidio del Conte Franz. La figlia, che nessuno in paese sembra conoscere (sic), riesce ad introdursi nel castello e chiede la grazia al conte Humbolt, fratello della vittima, che però pensa bene di dedicarsi prima alle grazie della giovane. Mentre nel castello si consuma la scena, il rogo viene appiccato senza attendere il segnale del Conte e la condannata lancia su di lui e suo figlio una maledizione destinata ad avverarsi l'ultimo giorno del secolo.
Nel frattempo Humbolt provvede a sbarazzarsi anche della giovane figlia per far sparire ogni prova della sua debolezza carnale. La figlia più piccola di Adele, Elizabeth, viene ospitata nel castello come vuole la tradizione e, ormai donna, attira le attenzioni di Kurt, figlio del Conte e vero autore dell'omicidio del Conte Franz. Alla fine egli riesce ad averla in sposa con il benestare del padre, che però sente crescere in sé la preoccupazione per l'arrivo della fine del secolo e quindi l'avvicinarsi della profezia malefica fattagli da Adele anni prima. Per di più la peste affligge il paese da parecchio tempo. Quando, la notte di capodanno del 1500, una giovane ed affascinante donna fa la sua comparsa al castello, il vecchio conte si sente male e muore, proprio come predetto anni prima dalla condannata al rogo. Solo allo spettatore è chiaro il perché di questa reazione: in realtà la donna è Mary, la primogenita di Adele, uccisa diversi anni prima proprio da Humbolt. Il Conte Kurt se ne invaghisce follemente e progetta con lei di uccidere Elizabeth per poterla sposare e farla sua, ma non tutto andrà come spera il giovane… Sicuramente la buona riuscita della pellicola è dovuta in parte alla presenza di quella straordinaria attrice che è Barbara Steele capace come nessun'altra di disorientare ed ammaliare lo spettatore come fa con i personaggi del film. Quello che salta subito all'occhio, in particolare rispetto al resto della vastissima produzione di Margheriti, è, in questo come in pochissimi altri suoi film, una certa eleganza nella messa in scena, uno stile degno di un vero maestro del genere. Le riprese nella cripta e nelle stanze del castello sono sempre cariche di pathos e sembrano trasudare di un'atmosfera satura e viziata dovuta all'ambiente chiuso e umido da una parte ed alla presenza della peste dall'altra. Proprio la Morte Nera sembra affascinare in modo particolare Margheriti che non perde occasione di rappresentare i danni fisici e sociali che essa provoca colpendo il popolo senza però risparmiare nemmeno i signori.Alcune immagini del film rimandano chiaramente alle opere del Basso Medioevo dove la Morte appare carica di tutto il suo macabro fascino ora incappucciata con la falce in mano, ora sotto forma di scheletri che danzano su corpi umani privi di vita.
La scena del funerale del vecchio Conte sembra uscire direttamente da quell'epoca così misteriosa ma che tanto affascina: mentre un organo intona sinistramente le note di un requiem, oscure figure incappucciate si incaricano di portare via la salma e un brivido sembra correre giù per la schiena dello spettatore.Come non citare poi la scena finale in cui, in maniera beffarda, si compie la profezia predetta anni prima: l'uomo impotente di fronte alla morte non può chiedere aiuto o gridare e nemmeno cercare di sfuggirle. Con questo epilogo Margheriti sembra voler affermare il trionfo della Morte, esattamente come avveniva ne Trecento quando la peste incombeva minacciosa e la via d'uscita sembrava irraggiungibile
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