
Con questo film Avati riprende molti dei temi che aveva già
sviluppato ne La casa dalle finestre che ridono: dalla doppia identità sessuale, all'ambiguità della figura del prete. Fa da sfondo alla vicenda- e non potrebbe essere altrimenti- la campagna bolognese che evidentemente il regista romagnolo conosce bene e che, ancora una volta, ha il merito di saper rappresentare in base ai propri obiettivi.
Avati rinuncia completamente agli effetti speciali per concentrarsi completamente sulle atmosfere gotiche supportato dalle ottime musiche di Pino Donaggio e dal magistrale lavoro alla fotografia di Cesare Bastelli bravissimo soprattutto nel coadiuvare il regista nel difficile compito di esporre una vicenda che si svolge quasi interamente di giorno contrapponendovi le atmosfere cupe del castello in cui sembrano governare perennemente le tenebre. Il film risulta di grande impatto visivo proprio grazie alla contrapposizione delle ambientazioni armoniche ed equilibrate della campagna con quelle lugubre e pesanti degli

interni.
Il tutto
non avrebbe però funzionato così bene senza la perfetta interpretazione
di Carlo Cecchi nei panni del vecchio monsignore: riflessivo, mai eccessivo,decifra perfettamente il percorso della vicenda e vi adatta il proprio personaggio.
Avati aveva abbandonato anni fa questo genere per togliersi l'etichetta di regista horror, ma visti i risultati sarebbe opportuno che vi si dedicasse più spesso.