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2001 MANIACS


 
Titolo originale:  2001 Maniacs
Produzione:  USA, 2005
Regia:  Tim Sullivan
Cast:  Robert Englund, Lin Shaye, Giuseppe Andrews, Jay Gillespie
 

Un Remake è spesso un’arma a doppio taglio, si rischia sempre di perdere il confronto con il predecessore, soprattutto quando le motivazioni produttive sono esclusivamente di natura speculativa. Quando però viene a cadere questo postulato e la possibilità di sfigurare con l’originale è ridotta ai minimi termini, il rischio reale è che possa venir fuori un buon film. Prodotto per una casa indipendente (la Raw Nerve) da Boaz Yakin, Scott Spiegel, Eli Roth e cooprodotto dallo stesso David Friedman che produsse l’originale, questo film di Tim sullivan è qualcosa di più che un semplice remake. L’approccio del giovane regista è quanto di più ossequioso si possa immaginare, il lavoro di Herschell Gordon Lewis non viene stravolto, ma scrupolosamente riadattato e corretto in quelli che erano i “difetti” originali. Tutto ciò che di buono aveva “Two Thousand maniacs” viene amplificato e portato all’eccesso.

La componente sessuale che Lewis aveva dovuto mitigare per non snervare oltremodo la censura, adesso rappresenta (l’esca) il tema portante del film: quando si cede alla tentazione si incontra una dolorosa e tremenda fine. Sebbene questo principio suoni come un anatema nei confronti della tempesta ormonale che risiede in ogni adolescente che si rispetti, Sullivan ha il pregio di sgravare la sua pellicola dal peso della “serietà” seguendo la “leggera” scia di H.G. Lewis ed evitando in tal maniera di velare il suo film con quel manto di (fastidioso) puritanesimo che invece altri suoi colleghi si portano ancora dietro. Infatti pur avendo velleità da teen-horror, il film si allontana da tutti quei clichè cha hanno ormai stufato. I colori sgargianti da fiera di paese dipingono giocosamente ogni fotogramma di pellicola, le musiche sempre efficaci (Tim Sullivan scrive parole e musica di parecchi motivi) e attinenti all’originale (con un riadattamento tecno-metal sui titoli di coda del motivetto country scritto da Lewis “The south will gonna rise again”), la componente storica meglio articolata (razzismo ed orgoglio sudista), la tematica della vendetta maggiormente evidenziata e comprensibile, gli omicidi molto creativi e copiosamente sanguinosi. La struttura narrativa è pressoché quella di “Two Thousand maniacs”, Sullivan apporta qualche piccola variazione in funzione della scorrevolezza e dell’attendibilità del racconto.

I turisti (vittime) passano da 6 a 8, dunque più morti, viene attribuita alla piccola città sudista la sua giusta connotazione storica (trovare una cabina telefonica in una città del 1856 era un tantino anacronistico), il “Pleasent Valley Centennial” diventa (per ovvi motivi di attualizzazione) il “guts’n glory jubilee” (geniale!) in modo che la cittadina fantasma non risorga più (come nell’originale) ogni centennio, ma ogni anno. I personaggi principali sono pressoché quelli del film di Lewis, con qualche piccola (e apprezzabile) novità. Il cast a disposizione di Sullivan è in stato di grazia, contribuisce per il 50% alla riuscita del film, per cui è doveroso citarli tutti. I giovani protagonisti (su tutti Jay Gillespie e Marla Leigh Malcolm) sono credibili, spiritosi, ingenui…e soprattutto ottima carne da macello; il comitato organizzativo è ancora nelle mani di Rufus (Brendan McCarty) e Lester (Adam Robitel) impegnato per quasi tutta la durata del film ad accoppiarsi con la sua amata pecora Jezebel;

il trio country del 1965 si riduce ad un duo… ma che duo, Johnny Legend e Scott Spiegel (in persona) girano per Pleasent Valley strimpellando le loro folkloristiche ballate; il seduttore, il prototipo del maschio del sud Harper Alexander, qui è affidato al ben più credibile ed affascinante (rispetto al panzone di Lewis) Giuseppe Andrews; Huckel Billy (interpretato ottimamente da Ryan Fleming), il biondo bambino che in “Two Thousand maniacs” si divertiva ad impiccare i gatti adesso è cresciuto, è diventato più furbo ed ha ancora lo stesso hobby; un grande Peter Stormare interpreta il severo prof Hackerman (new entry), una promettente e prorompente Wendy Kramer è Peaches (new entry) che si esibisce in una mortale fellatio con tanto di zanne metalliche (ahiahai!); la superlativa e sempreverde Lin Shaye è la cordiale e sanguinaria Granny Boone (new entry); inoltre diversi attori di genere si esibiscono in divertenti cameo compresi Eli Roth (nei panni di uno psicopatico autostoppista che lancia un sanguinolento trancio di armadillo contro il parabrezza dei passanti per indurli a fermarsi) e Tim Sullivan (nelle vesti del becchino del villaggio)… ma manca qualcuno…

E il capo dei 2000 maniaci? Il sindaco di Pleasent Valley? Il simpatico Major Buckman? Signori, l’interpretazione di Robert Englund (con tanto di occhio coperto da benda sudista) vale da sola il prezzo del biglietto. In forma strepitosa prende per mano il film e lo accompagna fino ai titoli di coda, capace di apparire l’essere più affabile e gentile del mondo per gelare, qualche istante dopo, con uno sguardo demoniaco (in grado d’incenerire) gli sfortunati nordisti. Incarna talmente bene i valori del Sud e lo spirito di vendetta dei suoi concittadini, da riempire la scena anche quando non è presente sullo schermo. Viene spontaneo chiedersi come possa un attore di tale levatura essere anche il più sottovalutato e meno sfruttato della storia di Hollywood…ma questa è un’altra storia. Se il 50% della riuscita di “2001 maniacs” è attribuibile allo strepitoso cast, un buon 30% bisogna assegnarlo al regista (anche sceneggiatore) Tim Sullivan che esegue un ottimo e difficile lavoro, riuscendo a carpire lo spirito originale del film (sadismo e humor) ed allo stesso tempo rendendolo “un film”, attraverso una regia sicura, senza fronzoli, mai monotona ed un montaggio veloce si, ma non da “videoclipparo isterico”. Dosando sapientemente effetti speciali tradizionali (ettolitri di sangue) e digitali nel sacro rispetto dello script di Lewis (presumibilmente immortalato su un kleenex) conservandone persino l’happy-end… forse!

Il restante 20% è costituito da qualcosa che ogni film dovrebbe avere, ma che oramai è merce rara in ambito cinematografico: la voglia ed il piacere di fare cinema! Il “volgare”, “naif” e “poco professionale” concetto di lavorare divertendosi. Ogni fotogramma di pellicola trasuda questo sentimento, si ha quasi la sensazione di intravedere Tim Sullivan seduto sul suo trespolo da regista alzare il boccale di birra abbracciando euforico Robert Englund, mentre la troupe si appresta a girare la scena dello smembramento di miss PussyKat; o il forsennato Eli Roth scorazzare su e giù per il set per posizionare il “palloncino scorreggione” sulla sedia su cui sta accomodandosi Lin Shaye.

“2001 Maniacs” non è un remake, bensì un rispettoso tributo verso colui che cambiò la concezione del cinema horror e verso un tipo di cinema che (nostro malgrado) rimpiangiamo sempre più spesso. Questa perla di serie B è distribuita in buona parte del mondo conosciuto, in quasi tutte le lingue parlate…tranne che in Italia…ovviamente.

 
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